L’analfabeta di agota Kristof rivive sul palcoscenico dello Studio
Un debutto milanese atteso con trepidazione
Il 23 ottobre il teatro Studio del Piccolo accoglie la nuova creazione di Fanny & Alexander. Sul palco prende vita “L’analfabeta”, tappa successiva del percorso che la compagnia dedica alla prosa essenziale e tagliente della scrittrice originaria dell’Ungheria. Il lavoro nasce dalla collaborazione fra Piccolo, E Production e Teatro Stabile di Bolzano, dopo il successo della Trilogia della città di K., premiata con cinque riconoscimenti Ubu nella stagione 2023/24 e con l’onorificenza dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro.
Il tema centrale: la lotta con la parola
Secondo il direttore Claudio Longhi, il nuovo allestimento ruota intorno alla relazione fra individuo e linguaggio. Chiara Lagani, che fondò la compagnia insieme a Luigi De Angelis nel 1992, sottolinea come la scrittrice venga definita analfabeta non perché priva di alfabetizzazione, bensì perché “espropriata” della propria lingua madre e costretta a servirsi di un idioma percepito come ostile, privo di radici.
Un’esistenza in esilio tra fabbrica e memoria
Dopo la fuga in Svizzera, Agota Kristof si ritrova in una fabbrica di orologi. Una cassetta di legno custodisce un foglio e una matita, mentre il ticchettio incessante delle macchine diventa la colonna sonora dei suoi pensieri. Proprio in quell’ambiente, ricorda De Angelis, l’autrice racconta che “aveva tempo per riflettere”. Per i registi, quegli ingranaggi rappresentano la natura preziosa di ogni singola parola, paragonata a una pepita che fa muovere l’intero meccanismo.
Federica Fracassi: un corpo che traduce mondi
alla sua seconda immersione nel personaggio di Kristof, Federica Fracassi descrive la sensazione di abitare “un guscio di lumaca” che racchiude numerosi universi e continua a trasformarli. Mentre sul palco la lavoratrice smista pezzi metallici, prende corpo l’identificazione con le figure nate dalla sua penna. La voce e il fisico dell’attrice restituiscono materia ai fantasmi dell’autrice in un flusso ipnotico, segnato dal suono dei macchinari e dall’eco delle parole-pepita.
Una scena essenziale, un ritmo implacabile
Lo spettacolo si svolge interamente nello spazio della fabbrica. Il cassetto, la matita, il rumore costante delle linee di montaggio: tutto concorre a disegnare la condizione di chi vive sradicato, dentro un idioma che non riconosce. Ogni battito dell’orologio coincide con un lampo di memoria, e la storia personale della scrittrice diventa specchio di una condizione universale di esilio.











