Il fascino di un dramma nordico
La nuova opera di Rúnar Rúnarsson, alla quarta regia in formato lungometraggio, approda nelle sale italiane con il respiro rarefatto della terra d’Islanda. La pellicola segue la vicenda di Una, interpretata da Elin Hall, fragile studentessa d’arte dalla sensibilità pansessuale che custodisce una sofferenza profonda: ha appena perso un amore nato da poco.
Amore, perdita e segreti nella capitale islandese
Nella sequenza iniziale lo spettatore incontra Reykjavík avvolta dalla tenue luce boreale. Qui Una vive un momento di intensa passione con Diddi – volto e voce del loro gruppo musicale,incarnato da Baldur Einarsson – ma il destino spezza bruscamente il legame. Il giorno seguente, il giovane prende in prestito l’auto del coinquilino Gunni (Mikael Kaaber) e in un tunnel rimane vittima di quella che diventa la più grave tragedia automobilistica registrata sull’isola.
Il peso del lutto condiviso
Il dramma investe Una, Gunni e l’intero giro di amici, impreparati a fare i conti con la morte di un coetaneo. L’arrivo di Klara (Katla Njálsdóttir), la fidanzata ufficiale di Diddi,fa crollare ogni fragile equilibrio. La protagonista, costretta a dissimulare la propria sofferenza, si ritrova accanto alla persona con la quale vorrebbe condividerla di più.
Albe, sostanze e guarigione
Le interminabili luci dell’alba artica, qualche bicchiere di troppo e uno spinello offrono un sollievo effimero, aprendo varchi di speranza e dando voce a sentimenti rimasti inascoltati.
Una colonna sonora ipnotica
L’intero film è avvolto da un solo brano, “Odi et amo”, tratto da “Englabörn” (2002) del compianto compositore islandese Jóhann Jóhannsson, scomparso nel 2018 a 49 anni. La ripetizione quasi rituale di questa musica plasma l’atmosfera, trasformando il dolore in un’esperienza sensoriale condivisa.
Arrivo nei cinema italiani
Distribuito da Movies Inspired,”Frammenti di luce” approda sul grande schermo il 14 agosto,portando con sé la delicata commistione di immagini luminose,giovinezza e lutto che caratterizza l’opera di Rúnar Rúnarsson.











